

IL CD ALLEGATO
In camera coi CLASSICI
Andrea Bacchetti presenta due dei concerti per pianoforte simbolo del Settecento in una versione da salotto che fa apprezzare nuovi dettagli dei capolavori di Haydn e Mozart
Andrea Bacchetti al pianoforte, accompagnato dall'orchestra da camera Busoni diretta da Massimo Belli, è il protagonista del cd inedito del numero di maggio di Classic Voice con due celebri concerti di Haydn e Mozart. Classe 1977, a 9 anni vince il suo primo concorso pianistico (il "Soliva" di Casale Monferrato), a 11 anni il debutto a Milano seguito, ben presto, da una carriera internazionale. Appassionato interprete di Bach, indubbiamente tra i migliori in circolazione, quello di Bacchetti è un pianismo purissimo, intenso e magnetico.
Maestro Bacchetti, il Concerto per pianoforte e orchestra in Re maggiore di Haydn è uno dei più
popolari della sua produzione: in cosa risiede la sua fortuna?
«Forse, il fatto che lo ha registrato Arturo Benedetti Michelangeli, portandolo così all'attenzione
del grande pubblico. È abbastanza breve e allo stesso tempo molto ricco di idee musicali che ben contrastano
i vari caratteri: l' "ungherese" nel 3° tempo, il "lirico" nel 2° e la
"croccantezza" del 1°. Io l'ho scoperto relativamente tardi, nel 2022, ma mi è piaciuto subito
moltissimo, anche nella concertazione con l'orchestra».
Il Concerto per pianoforte e orchestra K 488 di Mozart nasce nello stesso periodo delle Nozze di Figaro,
ma ha anche un primato: contiene l'unico brano scritto da Mozart in Fa diesis minore (l'Adagio). Quali sono
le altre peculiarità di questo concerto?
«Appunto, un brano scritto in Fa diesis minore, una tonalità, notoriamente, con difficoltà tecniche
maggiori. E poi una grande cadenza alla conclusione del primo allegro; la trasparenza luminosa e velata che
apre orizzonti espressivi abbastanza inediti nel movimento centrale. Credo che il K 488 sia un gioiello, una
cometa che negli ultimi concerti di Mozart, forse, rappresenta come un ritorno al passato».
Cosa hanno in comune e in cosa si differenziano queste due opere sostanzialmente coeve?
«Il K 488 combina virtuosismo e intimità, brillantezza strumentale con melodie piene di poesia che
entrano nel cuore dell'ascoltatore, lo affascinano procurando una emozione spontanea e coinvolgente. Haydn è
stato definito il padre della sinfonia, ma anche il padre del quartetto d'archi. Nel concerto si avverte,
secondo me, questa sua chiarezza formale, quello spirito innovativo che, poi, ha anche contribuito allo
sviluppo della forma sonata. Anche per il solista, come credo per il direttore e l'orchestra, lavorare su
queste opere, svilupparne insieme il contenuto, cercare di entrare nel pensiero di questi geni, costituisce
uno stimolo fortissimo per una crescita artistica e umana che non ha fine. Ogni volta che lo suoni, scopri
sempre qualcosa di nuovo che, nonostante il passare del tempo, appare sempre attuale».
Entrambi i concerti vengono eseguiti nella versione per orchestra d'archi di Lachner: cosa distingue
maggiormente queste trascrizioni dall'originale?
«Le trascrizioni di Lachner sono versioni più intime che vogliono esprimere il talento, il genio del
compositore in un contesto apparentemente più semplice (visto l'organico ridotto) ma completo senza trascurare
nulla, forse più personale. La versione sinfonica è fatta per una "grande" orchestra, con tutti gli
effetti sonori, che nascono dalla presenza di un insieme più numeroso di musicisti costruito proprio secondo
le necessità indicate dal compositore».
Come si è trovato a suonare con l'orchestra da camera Busoni e sotto la direzione di Massimo Belli?
«Come si dice, un'ottima squadra, coesa, che suona con entusiasmo, conoscenza della partitura, raccogliendo
le idee, il pensiero del direttore e del solista con i quali l'unità di intenti si sente subito fin dalla prima
prova. Altrettanto con il maestro Belli, con il quale abbiamo condiviso con grande spirito collaborativo e in
piena sintonia musicale una bella esperienza artistica che spero di ripetere ancora in futuro».
Predilige suonare come solista o in formazione?
«Io amo la musica a 360 gradi. Ricordo le belle esperienze con Karajan, Berio, Orizio, Magaloff: da Bach
agli Encores. In formazione impari il rispetto reciproco con gli altri musicisti, la cura dell'insieme,
l'attenzione ai particolari di tutti, ma anche la voglia di costruire un unicum che sia l'espressione più
autentica del compositore. Come solista, fermo restando il rigore di cui sopra, forse, si hanno opportunità un
po' più ampie di esprimere il proprio pensiero, la propria personalità, la propria storia, il proprio vissuto
musicale che non è coinvolto, appunto, dalla presenza dell'orchestra».
A quali progetti sta lavorando?
«Fin da bambino ho avuto una grande passione per Bach. Ho suonato e registrato larga parte del suo repertorio
per tastiera: dalle Suite alle Partite, alle Toccate, alle Goldberg, ai Concerti (a Torino, con l'orchestra Rai),
al Secondo libro del Clavicembalo ben temperato. Dopo oltre due anni di studio, per concludere il ciclo, ho appena
finito di registrare il primo libro. Un lavoro enorme, tanto più se integrato con altre esigenze concertistiche.
Lo suono, da tempo, a memoria due, anche tre volte tutti i giorni, per acquisire la necessaria sicurezza, non solo
per la registrazione, ma per affrontarlo con serenità anche in pubblico. Il tutto, anche nel contesto di programmi
costruiti nella tradizione più classica; anche cameristica e sinfonica».
Lei è noto al pubblico televisivo anche per aver "sdoganato" la figura del pianista classico, ingessato,
guardando anche ad altri linguaggi musicali. Quali progetti sono stati maggiormente significativi?
«I progetti "Da Bach a Morricone" o "da Bach a Chiambretti: quattro secoli di musica in
televisione" hanno raccolto un discreto successo. Un'idea che scaturisce dalla mia esperienza sulle reti
Mediaset nella quale ho cercato di portare qualche pillola di classica al grande pubblico televisivo. È un progetto
innovativo e inconsueto che accosta una parte rigorosamente "classica" ad un'altra dove, con arrangiamenti
personali vicino allo stile jazzistico, si arriva alla grande musica internazionale. Un format che coinvolge il
pubblico attraverso il mio racconto, via via con le esecuzioni. Poi mi piace ricordare la collaborazione con Dado
Moroni nel progetto "Two Pianos one soul" dove a seguito del "confronto" fra due pianoforti nelle
rispettive aree tradizionali (classica e jazz) si arriva all'esecuzione congiunta, a due pianoforti, delle grandi
colonne sonore che hanno fatto la storia di questo repertorio con improvvisazioni - sempre a due pianoforti - che mi
riportano all'adolescenza, quando improvvisavo su tutto quello che sentivo, vincendo anche il primo premio assoluto
nella sezione di improvvisazione del concorso pianistico di Stresa».