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Da ragazzino, Andrea Bacchetti al pianoforte fischiettava, canticchiava, litigava. Una volta, se non fosse che il suono continuava, compatto, intenso, vivido, avrei giurato che s’era staccato dallo strumento e aveva fatto un giretto zufolando, portato dalla sua curiosità e dalla sua irrequietezza. L’irrequietezza é rimasta, sembra vivere e muoversi come se gli stesse per partire un treno, e la curiosità si é ingigantita. Ha sbrigato prestissimo lo studio ufficiale del pianoforte, a diciassette anni nel Conservatorio Paganini della sua Genova, con lode e menzione d’onore, s’é buttato nello studio della composizione, ha cominciato a far concerti in giro, di gran qualità, Milano, Salisburgo, Copenaghen, Parigi; per dirne una, Mozart lo ha eseguito abitualmente con Baumgartner alle Settimane Musicali di Lucerna. Si é scelto un docente di perfezionamento, ed é andato da Franco Scala, a Imola: un’Accademia prestigiosa e un maestro che sa formare non soltanto concertisti ma persone. Quando cerca un rapporto approfondito con la musica contemporanea, Luciano Berio amichevolmente lo riceve e consiglia. Adesso che ha ventidue anni non fischietta più al pianoforte, mormora e ronza solo quando si lascia un poco andare. Ha mantenuto la sua aria un po’ da genio, con occhi mobi- lissimi e il cespuglio di capelli, non sul versante Beethoven o Lord Byron, piuttosto, come immagine, nella zona di Albert Einstein e del fumetto di Archimede Pitagorico. Suona tutto. Quando comincia il pezzo ha già la mappa chiara fino all’ultima nota, ma appena in viaggio nell’esecuzione é come si immergesse per la prima volta nel paesaggio musicale. Si sente che il suo mondo non sta affatto tutto dentro al pianoforte, nemmeno tutto dentro la musica: ha letto, ha riflettuto, ha immaginato; e la musica é il modo per farsi rispondere dagli autori sulle innumerevoli questioni che la vita gli ha posto. Rispondere, naturalmente, sul momento; ed in modo che serva anche a chi ascolta. Questo CD ci porta totalmente dentro il Romanticismo. A ventidue anni si é molto più esperti e maturi sulla passione che quando cresce l’età. Dopo, si imparan molto meglio "le circostanze in cui", "le ragioni per cui", culture e ipotesi; si apprende a praticare estetismi e anestesie. Ma il tempo in cui si legge di notte Leopardi e poi si scrive ad un’amica una lettera che il mattino dopo si butta via finisce. Il tempo, dico, in cui si sente d’avere il diritto, il dovere di colloquiare con i Posti d’ogni arte senza nessun perché se non la vita. Sacro tempo, per chi ha capacità interiore, fecondissimo, per chi ha talento. Preziosamente, Andrea Bacchetti, che ha già inciso quattro CD, cerca in questo un autoritratto rispecchiandosi nel fiume tumultuoso e nitido della musica grande ottocentesca. Sono momenti di concerti diversi. Ne esce una piccola storia, da ascoltare e riascoltare. Immersione immediata, soave, calda, in Listz con la Consolazione n.3. Subito il tocco in evidenza, la nostalgia per ogni nota che si é appena lasciata, l’urgenza di andare avanti. Poi, un passo indietro nel tempo, e l’ordine liberamente cronologico che ci fa da guida. La Tarantella di Rossini quasi paradossalmente schiude la vastità della fantasia romantica: lo scatenarsi travolgente, la memoria d’una processione che l’attraversa. Bacchetti non é più della generazione che credeva all’ironia di Rossini come se fosse un divertimento da salotto, come ha scritto un altro genovese, Mario Nicolao, che il Rossini mondano é una delle tante sue maschere. La processione arriva come al cinema con la camera fissa, s’ingrandisce senz’enfasi ne’ deformazione, ci chiama a preghiere d’infanzia che scopriamo indimenticate. Poi tocca naturalmente a Chopin, il Notturno op.27, n.2, la calda tonalità di re bemolle maggiore, e le note disincastonate una ad una per offrirle nude e preziose in segreto. Ci sono cinque pezzi di Schumann, le giovanilissime Variazioni Abegg, Bacchetti cerca di leggerle come Schumann se si fosse trattato della musica di un giovane compositore: da invenzioni apparentemente fragili aveva saputo riconoscere il genio di Mendelssohn, di Chopin, d Brahms. Bacchetti spia il ragazzo Schumann, lo esegue esperto di quello che poi Schumann ha scritto, e le Variazioni crescono, diventano promesse di misteri e meraviglia, confidenze d’affetti. In questa stessa temperie, il nostro interprete sfoglia l’Album per la gioventù, come leggesse ad alta voce poesie: le tinte giuste per ciascuna, la preoccupazione di offrire chiaro il percorso delle note e delle pause e dei ritmi. Par di vederlo, il pianista, teso sulla tastiera, ma col cervello concentrato a controllare l’esatta padronanza delle dita fino all’ultimo istante. Eccolo lì, con i pezzi che si é scelto, non popolari, lui che ha tanta comunicativa felice con il pubblico, non virtuosistici, lui che dove ci son passi d’alto impegno mostra di risolverli limpidi e di slancio. Johannes Brahms ci è proposto in due dei suoi momenti forse più problematici e delicati, degli Intermezzi opera 116 il numero 5 con le rapide risacche lievi delle armonie cangianti che pare non possano finire mai e si placano infine come se l’ultimo accordo le potesse contenere tutte; il numero 6, come se sotto le dita si generassero arpeggi ed il loro inquieto lento mutare generasse melodie. E l’onda del Romanticismo arriva al nostro secolo: Rachmaninoff secondo Bacchetti, nel Prelude op. 32 n.10 e negli Etude - Tableaux op. 35, numeri 5 e 8, quasi pare che voglia uscirne, con le stesse note fabbricare un piacere più disinibito e disincantato, una colonna sonora per un mondo in cui avventurarsi senza perdere il contatto con la memoria e gli affetti. E invece Gershwin, nel Preludio é già nel mondo nuovo, quello d’una cultura nata in tempi e ambienti che qualche decina d’anni prima nessuno avrebbe mai pensato, America di radici remote appena affioranti e di quotidianità metropolitana, e però cerca, con queste note, l’abbraccio con la grande cultura europea, nel nome di Ravel. E a questo punto il viaggio è terminato. Andrea Bacchetti si congeda da noi con modo suo: un omaggio al lontano padre del Romanticismo e del nostro secolo, Johann Sebastian Bach: un’improvvisazione sulle Variazioni Goldberg: l’ordine dell’armonia universale carezza le nostre fantasie, i sogni pensosi e liberi di Andrea, e anche i nostri, chissà. Lorenzo ARRUGA |