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CLASSIC VOICE
CD
DI GUIDO SALVETTI
Training d'autore
... la formazione di un pianista è consi- stita e consiste, in gran parte,
nell'ese- guire alla tastiera cose che non hanno quasi nulla a che fare con
la Musica: meccanismi ripetitivi che sono gare, più che di resistenza, di
pazienza. ...
A tali considerazioni ci induce la scelta del cd di questo mese: un Bach
che potremmo definire "didattico", con brani composti con l'intento
di far progredire nella musica lo stuolo davvero ingente dei figli e degli
allievi. I due Quaderni di Anna Magdalena Bach, la seconda moglie del Maestro
e musicista ella stessa, sono un quadro fin commovente di un'era felice:
all'aspirante musicista viene destinata subito, anche ai primissimi gradini,
della "vera" musica, quasi ad invitarlo già subito a capire come è
stata composta e soprattutto quale sia il suo stile, cioè la sua fisionomia
particolare. ... Il pur necessario esercizio per sciogliere le dita (vedi
anche tanti Preludi del Clavicembalo ben temperato) diventava uno dei tanti
modi con cui creare immagini sonore e stati d'animo ad ognuna correlati. ...
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IL PROFILO
DI GIAN PAOLO MINARDI
Pianista fantasista
La prima immagine musicale offertami da Andrea Bacchetti risale al 1996 quando il
non ancora ventenne pianista genovese vinse il "Premio Venezia", un concorso
che dal ristretto circuito veneto ha assunto un ruolo primario entro l'intricato
panorama delle competizioni pianistiche.
Si intravide già in quell'affermazione la presenza di una personalità estrosa,
inquieta anche, nella ricerca di un profilo che lo stesso Bacchetti volle poi affidare,
come un singolare autoritratto, a tre CD in cui aveva un po' riassunto la propria storia,
la sua stessa irrequietezza creativa, quale parevano rivelare quelle divertite
improvvisazioni sull'Aria delle Goldberg; senza tuttavia che questo turbasse più di
tanto quel nucleo entro cui si era riconosciuto: "Un pianista 'classicista'
secondo i modelli di Fischer, Backhaus, Horszowski, non eccessivamente virtuoso,
sempre rivolto alla centralità della costruzione da un lato e all'essenzialità
dell'ispirazione".
Tra questi modelli una presenza particolarmente incisiva, proprio nel senso della
naturalezza del discorrere, è stata quella di Horszowski: il vecchio, severo Miecio,
dietro l'apparente bonarietà, genovese anch'egli di adozione, ebbe modo di ascoltare
il giovanissimo Bacchetti in un'esecuzione mozartiana per la quale espresse la propria
soddisfazione.
Ma altre sollecitazioni avevano concorso: in particolare l'incontro con Berio, a
Salisburgo nel 1989, con l'offerta al pianista dodicenne di eseguire i suoi pezzi
pianistici; un rapporto di "formazione" nel senso più ampio, un termine di
riferimento per affrontare il paesaggio così complesso e contraddittorio della modernità
secondo una linea di coerenza.
Modernità che attraversa in realtà l'universo del nostro pianista senza invadenza,
intrecciandosi con altri percorsi in cui la sollecitazione è venuta talora dalla rarità,
come le Sonate di Galuppi o la primizia di quelle cherubiniane, vicende gravitanti
attorno a quello che è andato consolidandosi come il momento più denso dell'impegno di
Bacchetti, vale a dire quello bachiano. Terreno oltremodo variegato come mostra la storia
dell'interpretazione degli ultimi decenni, spesso gravata, specie per la trasposizione
pianistica, da preoccupazioni stilistiche e filologiche a volte fin troppo castiganti.
Vincoli certamente ben noti a Bacchetti e tuttavia da lui filtrati nell'intendimento di
assicurare al discorrere quella flessibilità suggerita dalla naturalezza dell'eloquio;
tratti che si sono potuti ben cogliere nell'integrale delle Suite inglesi, da lui
rivisitate senza forzature né trasgressioni ma come sospinto da una vitalità interna,
sempre controllata dal gusto; tempi veloci quindi sempre scorrevoli, non frenetici così
come quelli lenti mai troppo condizionati da eccessi di riflessività, così da assicurare,
nel passaggio da una danza all'altra, una trama piacevolmente chiaroscurata, dove la
stessa emancipazione dall'ipoteca clavicemba- listica risulta sottratta a quel senso di
stilizzazione aggraziata che spesso diventa maniera.
Atteggiamenti che si sono sostanziati nel più complesso cimento con le Variazioni Goldberg,
fantasioso viaggio che Bacchetti ha intrapreso ardimentosamente quanto strenuamente,
concentrato in una sua visione, non c'è dubbio personalissima: nel ricreare i segnali e i
caratteri offerti da ogni variazione, nelllo scegliere agogiche e dinamiche spesso lontane
da quelle che il ricordo di tante esecuzioni ha sedimentato nella nostra memoria: con una
propensione per i movimenti lenti che gli consentivano di esplorare entro il tessuto
dando spazio luminoso ai percorsi polifonici e di sostenere pure con coerenza poetica
le difficoltà proprie della "lentezza", come ha mostrato esemplarmente, nelle
diverse registrazioni audio e video, nel delibare il lunghissimo canto della
venticinquesima variazione, in tal senso, la più temibile; ma pure di collocare ogni
tappa del viaggio in una prospettiva conseguente, segnata dal progressivo crescere di
quella tensione con cui ha animato la scrittura vieppiù inventiva delle ultime variazioni,
quasi furiosa nel toccare l'apice del Quodlibet, quasi a pregustare la pacificante,
ineffabile riapparizione dell'Aria.
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