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Luigi
Cherubini
(Nato
a Firenze nel 1760, morto a Parigi nel 1842)
SEI
SONATE PER IL CIMBALO
L’
“Opera prima” di Cherubini e suoi i fortunati esordi italiani.
Mario
Marcarini
“Si
fa noto agl’amatori della musica che verso la fine del mese di Giugno
sortiranno dalle stampe incise sei sonate per cimbalo del Sig. Luigi
Cherubini. Il prezzo delle suddette sarà di paoli 7 per ciascheduno
esemplare. Chi vorrà associarsi alle medesime può darsi in nota ad
Anton Giuseppe Pagani."
Con
questo semplice avviso di tono propagandistico la Gazzetta Toscana dava
annuncio nel 1783 dell’imminente pubblicazione dei lavori per tastiera
di un giovane e promettente compositore fiorentino: Luigi Cherubini,
ventitreenne, spinto dai lusinghieri successi ottenuti in madrepatria
nel decennio precedente era in effetti in procinto di farsi conoscere
dall’intera Europa musicale grazie ai suoi eccezionali talenti, che in
quegli anni avevano avuto agio di perfezionarsi alla scuola del celebre
operista Giuseppe Sarti, dopo l’apprendistato compiuto all’ombra
della Cupola del Brunelleschi. Lo stesso compositore ripercorrerà molti
anni dopo i suoi esordi, ricordandoli nel ponderoso Catalogue autografo
redatto al termine della sua parabola artistica ed umana fra il 1840 ed
il 1842:
« Vers
l’année 1777 ou 1778, j’obtins une pension du Grand-duc Léopold
pour continuer mes études et me perfectionner sous le célèbre Joseph
Sarti, avec lequel j’ai travaillé pendant trois ou quatre ans.
C’est par le conseils et les leçons du grand maître que je me suis
formé dans le contrepoint et la musique dramatique.»
Sempre
dettagliato e preciso, nonostante la prosa scarna e diretta che riflette
il carattere dell’estensore, il Catalogue rende qui conto di un
periodo cruciale nella vita di Cherubini, nato nel 1760 da una famiglia
assai numerosa e non agiata, ma sostenuta con dignità dal padre
Bartolomeo, clavicembalista presso il Teatro della Pergola. Con
encomiabile lungimiranza il genitore, resosi conto delle capacità del
giovane Luigi, non forzò la mano, ma secondò benignamente le
inclinazioni del figlio impartendogli dapprima in ambito domestico i
fondamentali rudimenti musicali, ed inviandolo – compiuti i nove anni
d’età - alla scuola della famiglia Felici (Alessandro e Bartolomeo),
presso cui le qualità del giovinetto prepotentemente emersero in
particolar modo per ciò che concerneva l’assimilazione delle regole
auree del contrappunto antico. Tredicenne, Cherubini intraprende la
composizione della prima di alcune Messe, che assieme agli
intermezzi buffi L’Amore artigiano (messo in scena a Fiesole
nel 1773) e Il Giocatore (1775) rappresentano i primi
significativi successi di una carriera promettente ma destinata –
forse - a rimanere circoscritta all’ambito locale senza l’intervento
di un generoso mecenate e – come vedremo - del suo influente
“Ciamberlano”.
Nel 1774 Luigi viene
incaricato di comporre una cantata encomiastica intitolata La
pubblica felicità: la sua esecuzione presso il Duomo di Firenze era
destinata a lasciare il segno nel futuro del musicista, poiché con
tutta probabilità proprio in quella circostanza il ragazzo poté
ottenere il privilegio di essere presentato al Granduca Leopoldo per
intercessione del Marchese Antonio Corsi. Il patrizio fiorentino, ottimo
“dilettante” di musica, doveva aver seguito con interesse i
progressi del giovane Cherubini anche negli anni seguenti, e fu grazie
ai suoi benigni uffici che il Granduca si decise a concedere una
pensione che permettesse al compositore di completare ed affinare la sua
formazione con uno dei più rinomati musicisti dell’epoca, il già
citato Giuseppe Sarti, di passaggio a Firenze nel 1777 per
rappresentarvi Medonte re d’Epiro e l’anno successivo per
l’allestimento de L’Olimpiade. Per Cherubini si trattò di
una conoscenza davvero fortunata: il maestro lo accolse dal 1778 quale
allievo a Bologna, ma resosi in breve tempo conto del talento del
discepolo, lo volle con sé in qualità di “assistente tuttofare”
allorché gli venne conferito l’ambito incarico di Maestro di Cappella
del Duomo di Milano (1779). Gli impegni di Sarti si facevano giorno dopo
giorno più onerosi e pressanti, e sempre più spesso Luigi era chiamato
a comporre arie e recitativi per i melodrammi del maestro, così come
mottetti, antifone o brevi composizioni per la liturgia, dimostrando di
aver assimilato il suo stile e di possedere ormai le capacità per
intraprendere una carriera autonoma. Nel 1780 Sarti si impegna e si
espone in prima persona affinché Luigi – di cui aveva ormai piena
stima - possa ottenere la commissione della sua prima opera seria: è il
Quinto Fabio, che andrà in scena ad Alessandria. Nello stesso
anno Sarti beneficia di un lungo permesso dalla Cappella del Duomo di
Milano per recarsi a Firenze, dove gli è stato assegnato l’incarico
di scrivere un melodramma per la stagione invernale (Achille in Sciro).
Cherubini naturalmente lo segue, e nuovamente ottiene il privilegio di
un’udienza presso il Granduca grazie all’intercessione del
ciambellano Antonio Corsi. La gratitudine di Luigi nei confronti del
patrizio, che tanto merito continuava ad avere nel suo avanzamento
professionale, si manifesterà di lì a poco con la dedica delle Sei
sonate per il cembalo o per il fortepiano (strumento già molto
diffuso nella Firenze dell’epoca). Le partiture furono composte
durante il 1780 nei mesi di lavoro milanese, e forse il musicista vi
rimise mano durante la permanenza in toscana per adattarle ai gusti e
probabilmente alle possibilità esecutive del Corsi, che secondo le
testimonianze coeve era un valido tastierista.
Ecco dunque pronti
per la stampa i sei pezzi (il numero era quello minimo solitamente
previsto per la pubblicazione) che furono presentati dall’editore
Poggiali in un elegante volume che recava il seguente frontespizio:
SEI
SONATE PER CIMBALO
Dedicate
Al
merito singolare
DELL’ILL.
SIG.RE ANTONIO CORSI
Patrizio
Fiorentino Marchese della Città di Caiazzo
Signore
di Dugenta, Millazzano, Raiano, delle Castella, e
Ciamberlano
delle LL.AA.RR.
DA
LUIGI CHERUBINI
Fiorentino
Incise
da Giuseppe Poggiali
Firenze
Le
intenzioni di Cherubini sono infine esplicitate con chiarezza nella
dedica, scritta secondo le più osservate convenienze settecentesche ma
già capace di lasciar intravedere nella sintesi e nelle stringate
formule di riverenza la personalità del musicista fiorentino,
introversa e poco propensa ai rigidi protocolli ed alle lunghe formule
di lode.
“Nobilissimo
Signore,
Se
questa mia tenue fatica, che io ardisco di offrivi avrà la sorte di
essere accolta benignamente dal generoso animo vostro, e molto più
d’incontrare dal purgatissimo vostro intendimento una sincera
approvazione, avrò luogo di lusingarmi, che ella sia per comparir non
ingrata eziandio agli occhi del pubblico, al quale essendo troppo noto
il possesso che voi avete delle belle arti, e in particolare della
Musica, al giudizio vostro non potrà non conformarsi anche il suo. Ma
comunque vi piaccia Nobilissimo Signore, di giudicarne, avrò, se non
altro il contento che questo mio lavoro mi sia stato d’una favorevole
occasione per dimostrarvi secondo il poter mio
la verace giustissima stima, che io nudrisco per le adorabili
vostre prerogative, che vi rendono a
tutti carissimo; e insieme di poter gloriarmi in faccia al mondo
di essere, quale pieno di rispetto io mi professo .
Di
VS. ILL.ma Dev.mo
Obbl.mo Servo
Luigi
Cherubini.
Abbiamo
già sottolineato che la pubblicazione a stampa è la prima assoluta nel
catalogo di Cherubini, e rimarrà tale per ciò che attiene alla musica
strumentale del Fiorentino fino al 1836 (ossia per più di
cinquant’anni), quando l’editore Kistner & Pacini diffonderà i
primi tre Quartetti per archi. Una riedizione delle Sei sonate
si avrà nel 1792 a Londra per i tipi di Longman & Broderip
(sostanzialmente
si tratta di una ristampa realizzata sulle stesse lastre del
Poggiali, che non comporta correzioni sul testo musicale. Si noti che il
frontespizio lascia intravedere semplicemente una raschiatura
dell’indicazione dell’editore originario, su cui è sovrapposto il
marchio di quello inglese con relativo recapito). Sarà necessario
attendere il Novecento per la prima edizione integrale in epoca moderna
delle sei partiture (Sei Sonate di Luigi Cherubini rivedute da G.
Buonamici, Venturini, Firenze, 1903): nel 1958 vede la luce l’edizione
riveduta da T. Alati (Carisch, Milano), a cui fa seguito la fondamentale
edizione critica, (ricca di apparati, note e corredata da una dotta
prefazione) di Giovanni Carli Ballola (Ricordi, Milano, 1983). La
fortuna tipografica non arrise purtroppo – durante la lunga vita di
Cherubini – alle altre opere che contribuiscono a formare il ristretto
gruppo della produzione per tastiera del Fiorentino, ossia la Sonata
per due organi (coeva alle Sonate ed ascrivibile al periodo
di soggiorno milanese nel 1780), il bizzarro, geniale, spropositato Capriccio
ou Etude pour le fortepiano (Capriccio in Do maggiore per
fortepiano, 1789),
ed infine la Fantaisie pour piano ou orgue (Fantasia
per pianoforte od organo, 1810). Un catalogo molto esile se
paragonato alla mole della musica sacra e dei melodrammi, e circoscritto
alla prima parte della carriera del compositore, ma non per questo meno
interessante e denso di spunti di riflessione. La storiografia ha
giustamente sottolineato che la tastiera non rappresentò lo strumento
principe per l’espressione dell’arte cherubiniana: il Fiorentino –
sebbene preparato tecnicamente - non fu certo un virtuoso, ed il
carattere notoriamente timido e schivo fino alla più cupa introversione
contribuì a tenerlo per tutta la vita lontano dalle sale da concerto, a
differenza del contemporaneo Mozart, che appena fanciullo incantava le
corti di mezzo mondo con sbalorditive esibizioni al cembalo. Numerose
testimonianze ci riferiscono tuttavia di un Cherubini abile esecutore
alla tastiera (preferiva di gran lunga suonare piuttosto che esibire la
sua bella voce), e le Sei Sonate ne sono una prova evidente.
Nessuno tenterà di negare il loro particolare clima espressivo,
strettamente legato alle circostanze “mondane” e disimpegnate in cui
le partiture videro la luce, anche considerando che attorno al 1780 il
maestro Sarti era molto richiesto nei migliori salotti di Milano in
qualità di compositore di ariette da camera e “passatempi” per il
clavicembalo: non è quindi da escludere che talora (o sovente) il
disbrigo di tali incombenze, legate a commissioni di patrizi e quindi
difficilmente eludibili, fosse affidato all’allievo ventenne, il cui
catalogo si potrebbe – almeno in maniera teorica – supporre ben più
corposo di quanto i documenti ufficiali oggi riportino.
L’ascolto delle Sei Sonate del 1780 non può tuttavia lasciare
indifferente nemmeno l’ascoltatore più distratto, che non potrà
evitare di notare che sotto la superficiale patina “galante” e alla
moda di questi brani appaiono molto spesso e prepotentemente
”dei
documenti in nuce
di una sensibilità musicale i cui contenuti, in termini di fantasia e
di inventiva, paiono sotto molti aspetti dirompenti nei confronti
dell’esile guscio formale in cui sono a forza costretti. La tipica
fluidità sensuale e un po’ esteriore del cembalismo del tempo appare
più volte messa in crisi da uno sperimentalismo e da una ricerca di
soluzioni alternative che […] si rivelano espressione d’una tensione
che guadagna in incisività ciò che perde in scorrevolezza.”
Innanzitutto
le Sei Sonate si presentano sotto il punto di vista strutturale
come una raccolta fortemente unitaria, allontanandosi in questo aspetto
dalla soave varietà di ritmi di danza proposta dalla letteratura
galante coeva, fatta di Minuetti, Gavotte e Polacche. Tutte le partiture
si basano su una costruzione bipartita, svolta in modo maggiore (Fa, Do,
Sib, Sol, Re e Mib). Il primo dei due tempi in cui ciascuna sonata è
suddiviso (“Moderato” per la I, II e IV, “Allegro nelle rimanenti)
è svolto in forma sonata. Il secondo tempo consta sempre in un Rondò
con “da capo” nello schema A B A (con ripetizione della prima parte
dopo la sezione centrale), di carattere generalmente brillante e ricco
di passaggi virtuosistici che richiedono all’esecutore non solo un
solido bagaglio tecnico ma anche la capacità di improvvisare
abbellimenti e variazioni estemporanee. Anche nelle durate si ravvisa
una certa unità, che fissa il tempo di esecuzione di ciascuna pagina
fra i dieci e i quindici minuti. Complessivamente si può osservare che
le figurazioni tecnicamente più ardue da realizzare sono affidate alla
mano destra, “confinando” sovente la sinistra ad un basso albertino
o ad un accompagnamento in ottave ribattute.
L’osservazione
potrebbe confermare le idee di chi vuole vedere nelle
sei opere giovanili la non ancora perfetta tecnica manuale del
Fiorentino (di cui lui stesso non faceva mistero), ma ciò che più
conta per il compositore in queste pagine ispirate è la forza delle
idee: melodiche, ritmiche, talora intrecciate con inaspettati ricordi di
contrappunto arcaico, a volte spinte con forza verso gli esiti più
originali, spesso pronte a turbare con repentine modulazioni o
improvvise pause lo scorrere del discorso, e proprio per questa varietà
vicine allo stile mozartiano, tanto vicine da sollevare da parte di
alcuni storiografi il problema sul modo in cui Cherubini potesse avere
contezza dei lavori per tastiera del contemporaneo salisburghese (che
come è noto fu a Firenze nel 1770 e lavorò a più riprese per il
Teatro Ducale di Milano da quella data fino al 1772, ossia pochissimi
anni prima dell’arrivo del Nostro nel Lombardo - Veneto).
Nell’impossibilità
di stabilire con certezza i punti di contatto fra i due musicisti (che
probabilmente non si conobbero mai personalmente), pare a questo
proposito illuminante Giovanni Carli Ballola quando afferma che per
Cherubini
“
[…] i modelli erano a portata di mano, offerti dalla produzione
sonatistica di Johann Christian Bach in particolare, e più in generale
dalla coeva letteratura cembalistica galante di area anglo – franco -
italiana […] pour les amateurs divulgata in gran copia
dall’editoria inglese e francese sullo scorcio del secolo e che, dopo
il Bach di Londra trova i suoi campioni in affaccendati e prolifici
personaggi come Tommaso Giordani, Giuseppe Cambini e Ignaz Joseph
Pleyel, per tacere della produzione di Boccherini e del giovane
Clementi, decisamente condizionata dalla moda e dal mercato.”
Si
tratta in definitiva degli stessi maestri noti al giovane Mozart, che
nel corso dei suoi viaggi di formazione in Italia aveva appreso (come
Cherubini a Firenze) i segreti della scuola antica dei Palestrina e dei
Corelli (grazie anche ad uno strenuo difensore della tradizione quale
Padre Martini a Bologna), quanto quelli dell’arte moderna dei
Sammartini e di Hasse. Le suggestioni, forti e significative, ebbero un
peso notevole sia sull’austriaco che sul toscano, che le seppero fare
proprie per poi oltrepassarle e surclassarle in modi assai differenti.
Le circostanze e l’inclinazione personale vollero fare del primo anche
un estroverso e geniale alfiere della tastiera, mentre il secondo preferì
(o dovette) seguire una strada differente per secondare il proprio
talento e la propria Musa. La prova giovanile delle Sei Sonate
rimane purtroppo un episodio isolato nel percorso estetico del
fiorentino, ed il successivo Capriccio ou Etude pour le fortepiano
(Capriccio in Do maggiore per fortepiano) del 1789 un’unica e
per certi versi ancora enigmatica porta aperta sulle meraviglie di cui
Cherubini sarebbe stato apportatore se avesse scelto di dedicarsi con
maggiore assiduità a quel mondo.
©
Mario Marcarini, 2006
Un
particolare ringraziamento al Professor Giovanni Carli Ballola, musicologo
eminente, appassionato difensore e promotore degli studi su Luigi Cherubini,
generoso nel consigliare e nel mettere a disposizione rari materiali sulla
vita e sull’opera del compositore. Questo breve scritto è a lui dedicato
con sincera amicizia
e profonda stima.
M.
M.
Andrea
Bacchetti
Andrea
Bacchetti a soli quattro anni rivela un’affinità straordinaria con la
musica ed inizia precocemente
le prime lezioni di pianoforte. Diplomatosi in Conservatorio a Genova
frequenta i corsi estivi del Mozarteum a Salisburgo dove incontra Herbert
von Karaian che gli dimostra attenzione e simpatia regalandogli consigli
preziosi. Negli stessi anni incontra il M° Baumgartner a Lucerna; suona
sotto la sua guida con i Festival Strings Lucerne ai Festival di Lucerna del
1996 e del 1998 e via via in altre prestigiose sale da concerto e Festival.
Sempre a Lucerna incontra Miecio Horzowski: un rapporto subito ricco di
emozioni e di preziosi consigli. Completano la formazione le frequentazioni
con Nikita Magaloff e Luciano Berio con il quale nascerà un particolare
rapporto particolarmente emozionante che inciderà in modo indelebile sulla
sua crescita artistica e umana. Conseguito il Diploma Master all’Accademia
di Imola, inizia una carriera con presenze concertistiche già di rilievo
sia in Italia che all’estero.
Nota
dell’interprete
Rileggere
le sonate di L. Cherubini al pianoforte in questa epoca di apogeo degli
strumenti orginali può sembrare un azzardo. In realtà credo che le risorse
espressive dello strumento moderno diano luogo ad un esercizio della
fantasia certamente interessante e non meno valido della prassi esecutiva
barocca. In essa è contenuta, infatti, parte dell’analisi antica, il
plasticismo dell’articolazione, ad esempio, il piacere della fioritura
inventata li per li sul momento, suggellate dal calore umano del timbro del
pianoforte ispirato, tenero, talvolta visionario.
Da qui mi sono mosso per reinventare queste piccole sonate, i salotti
del secondo settecento, la galanteria francese della IV° sonata o lo
spirito della rivoluzione imminente della V° sonata. Un altro aspetto
imputato a queste pagine è lo schematismo sostanziale che le genera. Dal
lato teorico è indubbio. Penso, però, che sia compito dell’interprete
risolvere tale tipo di problema con un intervento su di esso coraggioso e
radicale. Le continue ripetizioni delle semifrasi consentono, da un lato di
fiorire con le più svariate tecniche, dall’altro di guidare il processo
armonico modificandolo quando occorre. Cadenze perfette variate con cadenze
d’inganno, appoggiature che diventano ritardi (preparati naturalmente) e
così via aiutano a rendere più piacevole e naturale l’ascolto di brani
che forse non sono nati per la sala da concerto ma che, opportunamente
limati, hanno da dire qualcosa di interessante.
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